
"Innanzitutto dì a te stesso chi vuoi essere;
poi fa' ogni cosa di conseguenza".
Epitteto
Il mio percorso di formazione inizia come tutti alle scuole elementari. Sono gli anni in cui un bambino afferma la propria voglia di crescere e di diventare “adulto”. E’ il periodo dei temini “cosa vuoi fare da grande?”, le prospettive del proprio futuro spaziano dal vedersi archeologo, al diventare veterinario piuttosto che insegnante. L’importante è avere un punto di riferimento, un modello da seguire. Ben presto arriva il periodo dell’adolescenza, con tutte le sue piccole ma grandi metamorfosi e ci si ritrova a scontrarsi con le prime delusioni, sia scolastiche che amorose. In questo limbo tra l’infanzia e l’età adulta si affronta il periodo delle scuole medie primarie, con poche certezze e grandi dilemmi. Alle scuole medie superiori si raggiunge invece la consapevolezza di dover decidere del proprio futuro. Non si vogliono ascoltare i consigli, si crede di conoscere tutto quando invece si è consapevoli di non sapere ancora niente. Le sconfitte diventano nemiche anziché consigliere e la maturità diventa soltanto un’arma con cui si vuole difendere la propria indipendenza. L’importante infatti è dimostrare che possiamo farcela da soli, senza l’aiuto di nessuno e con la presunzione di voler già sapere quale sarà il nostro futuro, ma in realtà non abbiamo ancora idea di chi siamo e di cosa saremo.
Alla fine delle superiori ero indecisa tra la facoltà di architettura e quella di psicologia. “Sono completamente opposte” mi dicevano, ed era vero. In realtà non avevo né l’ambizione di diventare architetto né la prospettiva di fare la psicologa, semplicemente erano le due materie che ritenevo meno noiose di altre.
Un giorno mio padre mi lesse un articolo che riguardava la facoltà universitaria di infermieristica.
poi fa' ogni cosa di conseguenza".
Epitteto
Il mio percorso di formazione inizia come tutti alle scuole elementari. Sono gli anni in cui un bambino afferma la propria voglia di crescere e di diventare “adulto”. E’ il periodo dei temini “cosa vuoi fare da grande?”, le prospettive del proprio futuro spaziano dal vedersi archeologo, al diventare veterinario piuttosto che insegnante. L’importante è avere un punto di riferimento, un modello da seguire. Ben presto arriva il periodo dell’adolescenza, con tutte le sue piccole ma grandi metamorfosi e ci si ritrova a scontrarsi con le prime delusioni, sia scolastiche che amorose. In questo limbo tra l’infanzia e l’età adulta si affronta il periodo delle scuole medie primarie, con poche certezze e grandi dilemmi. Alle scuole medie superiori si raggiunge invece la consapevolezza di dover decidere del proprio futuro. Non si vogliono ascoltare i consigli, si crede di conoscere tutto quando invece si è consapevoli di non sapere ancora niente. Le sconfitte diventano nemiche anziché consigliere e la maturità diventa soltanto un’arma con cui si vuole difendere la propria indipendenza. L’importante infatti è dimostrare che possiamo farcela da soli, senza l’aiuto di nessuno e con la presunzione di voler già sapere quale sarà il nostro futuro, ma in realtà non abbiamo ancora idea di chi siamo e di cosa saremo.
Alla fine delle superiori ero indecisa tra la facoltà di architettura e quella di psicologia. “Sono completamente opposte” mi dicevano, ed era vero. In realtà non avevo né l’ambizione di diventare architetto né la prospettiva di fare la psicologa, semplicemente erano le due materie che ritenevo meno noiose di altre.
Un giorno mio padre mi lesse un articolo che riguardava la facoltà universitaria di infermieristica.
“Cosa fa l’infermiere?”
questa fu la domanda che mi chiesi e rivolsi ai miei genitori. Non avevo infatti mai avuto un’esperienza diretta di ricovero, pertanto, nel mio immaginario, l’ospedale era composto dai malati, dai medici e da altre figure non ben definite che facevano un lavoro altrettanto poco chiaro.
Partecipai all’incontro di presentazione della facoltà nel mio liceo, mi venne spiegato il piano di studi, la sede dove si svolgeva il corso e il tirocinio previsto nell’arco dei tre anni. Le materie mi interessavano, l’argomento anche, presi la mia decisione.
Il primo giorno di lezione alla facoltà di infermieristica, una docente di nursing ci distribuì un foglio a ciascuno, e ci chiese di rispondere alla domanda: “Chi è l’infermiere?”. Tutti ci guardammo un po’ sorpresi, come se la domanda fosse talmente ovvia da non meritare neanche la risposta. Dopo un po’ ci riguardammo tutti ma questa volta per cercare qualche suggerimento.
L’infermiere è la persona che aiuta il medico, che mantiene in ordine il reparto e che si occupa della somministrazione dei farmaci, prescritti dal medico.
Questa è la frase con cui ci siamo sentiti quasi tutti di definire l’infermiere. Dopo ben tre anni di studio e di pratica ospedaliera siamo arrivati alla consapevolezza che l’infermiere è ben più di un semplice paramedico, ma un professionista che collabora con l’equipe medica, che si assume le sue responsabilità nella gestione dell’assistenza infermieristica e quindi si rende protagonista nel lavoro del reparto.
Ma una persona deve seguire un corso di laurea triennale o essere ricoverata in ospedale per rendersi conto di qual è realmente il ruolo dell’infermiere? Perché le persone sono ben a conoscenza di quale sia il ruolo dell’avvocato senza esser state mai processate, o il ruolo del chirurgo senza esser mai state operate?
La facoltà di infermieristica può essere intrapresa con curiosità, interesse e perché no anche con il miraggio di avere un posto sicuro, ma il lavoro di infermiera professionale si intraprende con passione e motivazione.
Partecipai all’incontro di presentazione della facoltà nel mio liceo, mi venne spiegato il piano di studi, la sede dove si svolgeva il corso e il tirocinio previsto nell’arco dei tre anni. Le materie mi interessavano, l’argomento anche, presi la mia decisione.
Il primo giorno di lezione alla facoltà di infermieristica, una docente di nursing ci distribuì un foglio a ciascuno, e ci chiese di rispondere alla domanda: “Chi è l’infermiere?”. Tutti ci guardammo un po’ sorpresi, come se la domanda fosse talmente ovvia da non meritare neanche la risposta. Dopo un po’ ci riguardammo tutti ma questa volta per cercare qualche suggerimento.
L’infermiere è la persona che aiuta il medico, che mantiene in ordine il reparto e che si occupa della somministrazione dei farmaci, prescritti dal medico.
Questa è la frase con cui ci siamo sentiti quasi tutti di definire l’infermiere. Dopo ben tre anni di studio e di pratica ospedaliera siamo arrivati alla consapevolezza che l’infermiere è ben più di un semplice paramedico, ma un professionista che collabora con l’equipe medica, che si assume le sue responsabilità nella gestione dell’assistenza infermieristica e quindi si rende protagonista nel lavoro del reparto.
Ma una persona deve seguire un corso di laurea triennale o essere ricoverata in ospedale per rendersi conto di qual è realmente il ruolo dell’infermiere? Perché le persone sono ben a conoscenza di quale sia il ruolo dell’avvocato senza esser state mai processate, o il ruolo del chirurgo senza esser mai state operate?
La facoltà di infermieristica può essere intrapresa con curiosità, interesse e perché no anche con il miraggio di avere un posto sicuro, ma il lavoro di infermiera professionale si intraprende con passione e motivazione.
«Ti specializzi in qualcosa,
e un bel giorno trovi
che quella cosa si è specializzata in te.»
Arthur Miller
